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giovedì 10 giugno 2021

La lunga corsa delle donne al voto

 

76 anni. Sono passati 76 anni dal 1 febbraio 1945 giorno in cui fu riconosciuto il diritto di voto alle donne in Italia, anche se già nel 1877 Anna Maria Mozzoni aveva presentato una mozione per estendere il diritto di voto anche alle donne. Cosa che poi ripeterà nel 1906 portando di nuovo questa proposta in Parlamento firmata anche da 20 donne di spicco come ad esempio Maria Montessori. Poi nel 1919 si accese un barlume di speranza e venne approvata dalla Camera la proposta del suffragio femminile, legislatura che però si chiuderà prima che la questione passi al Senato. Quindi alla fine bisognerà attendere la fine della guerra per arrivare finalmente al diritto di voto femminile in Italia.

Ok, tranquilli ora smetto di parlare solo dell’Italia e ci spostiamo nel mondo che se no mi sento troppo egoista a parlare solo del nostro paese. La prima nazione del mondo a portare il diritto di voto anche alle donne fu la Nuova Zelanda nel 1893, grazie anche al lavoro di Kate Sheppard, una delle suffragette più famose al mondo, la cui immagine compare ancora oggi sulla banconota da dieci dollari della Nuova Zelanda. Lei fu molto attiva in termini di lotta, infatti pronunciava molti discorsi in pubblico e per far alla fine approvare il disegno di legge per il suffragio femminile, presentò moltissime petizioni, di cui nella più importante riuscì a raccogliere 30.000 firme. Ma Kate Sheppard non portò avanti solo lotte per il suffragio femminile, bensì anche per l’abolizione dei corsetti, incentivò l’attività fisica femminile (in particolare il ciclismo) e promosse l’uso dei contraccettivi, chiese anche una maggiore tutela per i figli e il diritto all’aborto. Poi nel 1896 contribuì a fondare il National Council of Women, di cui in seguito divenne primo presidente. E soprattutto una volta riuscito a ottenere il diritto di voto in Nuova Zelanda si spese per altre battaglie in Inghilterra, dove il suffragio femminile arrivò nel 1928, e negli Stati Uniti, dove il disegno di legge arrivò nel 1920.


In Europa la prima Nazione a portare il suffragio femminile fu la Finlandia nel 1907.

Ma non iniziate a pensare che un paese più moderno significhi diritto di voto universale adottato prima infatti ci saranno nazioni che vi sorprenderanno dato che le vediamo come moderne, all’avanguardia ma che hanno concesso il diritto di voto alle donne molto tardi come ad esempio la Svizzera in cui solo nel 1971 venne concesso il diritto di voto alle donne. L’ultima nazione del mondo ad essere arrivata a questo traguardo è l’Arabia Saudita dove le donne hanno potuto votare per la prima volta nel 2015.

Questo per farvi capire che ciò che noi ormai prendiamo per scontato, fino a pochi anni fa non ci era permesso perché si pensava che alle donne non interessa la politica o che proprio non fossero in grado di farsi un’idea propria. Per tagliare questo traguardo ci sono voluti decenni di lotte, anche violente; quindi non dimentichiamo chi ha lottato per fare in modo che le loro figlie, nipoti e tutte le donne potessero esprimere la loro idea, il loro voto.

«Che fa la penna in mano a una donna se non serve alla sua causa, come a quella di tutti gli oppressi?»

«Voi però della cui intelligenza non posso dubitare vedendovi qui, pensate che le idee sono possenti e fatali, espansive e contagiose – non temete le opposizioni; senza attrito non v’è scintilla, ridete dell’umorismo, non ve ne impressionate; non ne vale la pena – e pensate ad aggiungervi lena, che se noi libiamo la vita in un calice sovente amaro, le nostre figlie e le nostre nipoti, che respireranno in pieno petto l’aura inebriante della divina libertà, benediranno ai generosi conati di chi la preparò per loro.»

Elisa Chiapale


mercoledì 28 aprile 2021

Le vittime mia ascoltate

Donne di conforto… Qualcuno ne ha mai sentito parlare? Beh per farne un breve riassunto è un atroce e doloroso pezzo di storia che è stato nascosto, polverizzato come se nulla fosse mai successo.

 Ma esso è stata riportato alla luce grazie al libro “Storia della nostra scomparsa” scritto da Jing-Jing Lee, ma prima di raccontare la trama di questo libro partiamo dalle basi: chi sono queste “donne di conforto”? Esse sono delle donne e ragazze, alcune giapponesi ed altre invece  parte di popoli sottomessi, reclutate nell’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale. Le donne venivano portate in altri paesi e obbligate a prostituirsi nei bordelli gestiti dall’esercito giapponese. Si calcola che siano state 200mila le donne, soprattutto coreane e cinesi, a finire in questi posti, umiliate e violentate anche 40 volte al giorno. 

Solo nel 1991 una donna coreana ha trovato il coraggio di raccontare per la prima volta questa nota dolente della storia, aprendo così una grande discussione con il Giappone; e solo recentemente il tribunale di Seul ha condannato Tokyo all'indennizzo nei confronti di  dodici donne di conforto a cui il Giappone è condannato a versare 100 milioni di won che corrispondono circa a 75 mila euro. Questa somma deve essere versata a ciascuna delle vittime, alcune delle quali nel frattempo venute a mancare.

Per far conoscere queste storie molto importante è stata l’uscita del libro “Storia della nostra scomparsa” che denuncia a tutti i fatti accaduti a quelle donne che non sono mai state ascoltate oppure etichettate in seguito come poco di buono, poiché si pensava che fossero consenzienti. Questo libro parla della storia di Wang Di che ha soltanto sedici anni quando viene allontanata dal suo villaggio e dalla sua famiglia all’epoca dell’invasione nipponica di Singapore per essere rinchiusa in una comfort house e diventare un oggetto alla mercé dei militari giapponesi. La sua vicenda si incrocia, sessant’anni dopo, con quella di Kevin, un ragazzo intenzionato a scoprire la verità sulla propria famiglia dopo aver ascoltato le confessioni della nonna in punto di morte.

Romanzo scomodo, doloroso ma che fa i conti con una dura realtà che in tanti hanno cercato di non far venire alla luce.


«Non pronunciavano mai il mio nome, non mi chiamavano neanche la figlia della signora Ng, come facevano quando ero piccola. Dopo vari giorni capii. Ormai non ero più Wang Di, almeno non per loro, ormai ero solo una wei an fu, una donna di conforto».


«Aveva fatto il giro delle trattorie a buon mercato che ormai spuntavano ovunque per chiedere se servisse un aiuto nel retrobottega, qualcuno che pulisse la cucina i bagni, qualsiasi cosa. Neppure lì al buio la volevano. E il modo in cui la chiamavano, la frase che sussurravano appena voltava le spalle: “è una donna di conforto”. Come uno schiaffo in faccia; come rinchiuderla in uno sgabuzzino. Certi dicevano che l’aveva fatto per i soldi. Che voleva trovarsi un marito. Che avrebbe fatto la vita facile».


Elisa Chiapale


martedì 27 aprile 2021

Misty Copeland: una ballerina fuori dai canoni

Molte ballerine famose di danza classica ballano sul palco fluttuando nell’aria sfoggiando i loro fisici perfetti, magri e senza alcuna imperfezione...ma avete mai visto ballerine classiche totalmente fuori dagli schemi?

Ecco, una ballerina definita “fuori dagli schemi” che si è aggiudicata il titolo più prestigioso del mondo del balletto, in una delle tre compagnie di danza classica più importanti degli Stati Uniti è Misty Copeland.

E proprio come quella volta in cui scoprii l’esistenza di questa ballerina innovativa, voi vi starete chiedendo: chi è questa Misty Copeland?

Misty nasce il 10 settembre dell’88, a Kansas City nel Missouri dalla madre di origini italiane ed afroamericane Sylvia DelaCerna, e dal padre di origine tedesca ed afroamericana Doug Copeland. La ballerina è la più piccola di quattro figli del secondo matrimonio della madre, che da giovane era stata una cheerleader nella sua piccola cittadina, ed in seguito aveva studiato danza per poi diventare medica qualificata. L’infanzia di Misty è molto movimentata da vari trasferimenti, dalle condizioni economiche precarie della famiglia, dai vari mariti della madre e dal suo cattivo rapporto con Sylvia DelaCerna. 

La ragazza prosegue la sua infanzia in alcune cittadine della California, in particolare a San Pedro, dove inizia il suo percorso nel mondo della danza nella scuola di San Pietro Dance Center, con l’insegnante Cynthia Bradley. Quando la ragazza comincia il suo percorso nello studio della danza classica ha solo 13 anni, e anche se è decisamente tardi per intraprendere gli studi, la nostra piccola ballerina inizia ad andare sulle punte e dopo solo tre anni comincia a vincere vari premi. La Copeland può continuare i suoi studi grazie alle borse di studio ed in seguito ad una adozione che la allontanerà dalla sua famiglia.

L’ idolo da cui Misty ha potuto trarre ispirazione e che le ha dato la forza di andare avanti è sempre stata Nadia Elena Comaneci, la più grande ginnasta del XX secolo e protagonista del film “Nadia”.

Nel 1998 quando Misty ha 15 anni, i suoi insegnanti di danza e sua madre intraprendono una battaglia legale per la sua custodia che poi si concluderà con la riduzione della tutela della madre e con l’emancipazione della ragazza. Nel frattempo Misty riceve varie offerte di lavoro e dopo la fine della battaglia legale, si trasferisce per studiare con una nuova insegnante, membro dell’American Ballet Theatre (ABT).

Ancora oggi la ballerina afroamericana fa parte di questa compagnia di danza classica e come ho introdotto all’inizio dell’articolo, nel 2015 Misty diventa la prima étoile nera nei 75  anni storia dell’ABT; l'étoile è il più alto grado che un ballerino può raggiungere nelle compagnie del balletto ed è la nomina più ambita da tutti i ballerini del mondo.

Chi se lo sarebbe mai aspettato che una ragazza con una vita così travagliata avrebbe ricevuto questo importante titolo? Beh, trovo che il principale messaggio che la ballerina vuole trasmetterci è che non bisogna mai aver paura di  sognare in grande; e quindi se si vuole veramente realizzare un sogno, bisogna fare qualunque cosa affinché questo si avveri.

Tra le altre cose in passato si è parlato di lei in molte riviste di moda anche italiane, come Vanity Fair e ha scritto molti libri come “Life in motion” nel 2014, “Ballerina body” nel 2017,  “Bunheads” nel 2020 ed altri.Misty ha sempre saputo osare pur non essendo una ballerina tradizionale, magra e snella. Lei è una donna formosa, dal fisico atletico ma, proprio per questo, ha saputo dimostrare che nulla è impossibile.

La storia di questa “ballerina-guerriera” è un primo passo per poter abbattere gli standard che il balletto classico impone ormai da millenni ai ballerini di tutto il mondo.


Chiara Moscatiello


lunedì 26 aprile 2021

Chicchi e la mimosa



La mimosa, tenace fiore selvatico dai vivaci grappoli gialli, è portata in dono a tutte le donne in occasione della festa dell’8 marzo. Questa tradizione ebbe origine nel 1946 quando la parlamentare Teresa Mattei propose l’idea alla Repubblica Italiana, istituzione ancora giovane e appena nata dalle ceneri del fascismo.

Teresa Mattei aveva assistito alla seconda guerra mondiale e non si era limitata a fare da spettatrice, ma aveva partecipato attivamente come partigiana, il suo nome di battaglia era Chicchi. Durante la guerra il ruolo delle donne era cambiato, gli uomini infatti erano stati chiamati a combattere e madri e mogli avevano preso il loro posto nelle fabbriche e nelle fattorie prendendo sulle proprie spalle l’economia italiana. Moltissime donne come Teresa, poi, si erano unite alla resistenza combattendo sulle montagne a fianco degli uomini e rischiando con loro la vita per liberare il proprio paese. Le donne si erano ribellate all’idea che i fascisti avevano di loro come mogli subordinate ai mariti e macchine buone solo a produrre figli impugnando zappe o fucili e dimostrando la loro forza.

Dopo la guerra gli uomini avevano ripreso il loro posto e le donne erano tornate alla casa e ai figli, ma il loro sostegno non era stato dimenticato del tutto, furono infatti invitate a partecipare al nuovo governo ventun donne che presero il loro posto a fianco degli uomini per rifondare il paese. Teresa Mattei venne anch’essa eletta a soli venticinque anni come segretaria nell'Ufficio di Presidenza dell'Assemblea Costituente e fu lei a prendere la parola quando ci fu bisogno di scegliere un fiore per la Festa della donna. Erano state già proposte le violette, ma erano fiori troppo costosi e difficili da trovare. Teresa pensò allora a un fiore semplice, ma che si distingueva per la tenacia con cui ogni anno fioriva anche sui terreni più impervi colorando di giallo campi e prati devastati dalla guerra, il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. La mimosa ottenne la maggioranza dei voti e divenne, da allora, il fiore che si regala alle donne l’8 marzo per ricordare a loro e al mondo quanta forza ci può essere in qualcosa di tanto piccolo e delicato.

“Quando nel giorno della Festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa penso che tutto il nostro impegno non è stato vano” - Teresa Mattei


Chiara Tuberga

martedì 30 marzo 2021

Artemisia Gentileschi- Siamo donne

Sin da piccola ho amato guardare mio padre, il pittore Orazio Gentileschi, trasformare la tela bianca in un mondo scaturito direttamente dal suo pennello intinto nei colori, un mondo guidato dal movimento sapiente delle sue dita sporche di vernice. Amavo tanto la pittura che mio padre decise di insegnarmi tutto ciò che sapeva, dal mescolare i colori allo stendere la pittura seguendo i disegni della mia mente. 

Quante sono le donne ricordate, a fianco dei grandi artisti maschi, nel mondo dell’arte? Nella mia epoca, intorno al 1600 d.C., sono davvero poche e soffocate dagli uomini e dalle opinioni della società. Io posso dire con certezza di appartenere al mondo degli artisti allo stesso modo di Caravaggio o Michelangelo perché è all’arte che ho dedicato la mia vita.


Autoritratto


A quindici anni cominciai ad aiutare mio padre nella sua bottega a Roma e a dipingere qualche opera personale. Come era fiero di me! Decise addirittura di affidarmi a un suo collega pittore, Agostino Tassi, perché mi insegnasse l’uso della prospettiva. Agostino era un grande pittore, ma aveva un pessimo carattere e prese a fare pressioni perché io diventassi la sua amante, proposte che rifiutai categoricamente. Povero padre mio, mi aveva affidata ad Agostino per permettermi di diventare la grande pittrice che sognavo di essere, ma quell’uomo, irritato dai miei rifiuti, prese a covare una rabbia bruciante nei miei confronti. Un giorno perse la pazienza e, chiusami a chiave in una stanza, mi violentò. 

Ferita nell’orgoglio e nell’anima andai da mio padre e poi, insieme, denunciammo Agostino alla giustizia. Prima di compiere questo grande passo, però, tergiversai ascoltando le menzogne di Agostino che prometteva di sposarmi per salvare il mio buon nome. Avevo paura, lo ammetto, quell’uomo aveva amici potenti e sapevo che molti di loro avrebbero testimoniato contro di me.

Il processo contro Agostino fu lungo e, come avevo previsto, diverse persone mi accusarono di cose terribili, menzogne che molti raccontarono in giro e che presero a perseguitarmi. Io, però, volevo giustizia e così, quando le autorità giudiziarie proposero di sottopormi alla tortura per verificare la veridicità delle mie accuse, accettai. Mi legarono i pollici con delle cordicelle e poi, grazie all’uso di un legno, presero a stringerle sempre di più intorno alle falangi. Questa era una tortura studiata apposta per me, che ero una pittrice, e che, se avessi perso l’uso delle dita, non avrei mai più potuto dipingere, nessun dolore sarebbe stato più grande di questo. Mentre mi legavano le dita guardai in faccia Tassi e, mentre la rabbia che sgorgava dalla ferita che mi aveva provocato mi colmava, gli dissi: “Questo è l'anello che mi dai, e queste sono le promesse!”.

Fortunatamente le mie dita non subirono danni permanenti e l’uomo che mi aveva pugnalata tanto nel profondo venne giudicato colpevole, anche se non subì alcuna pena concreta grazie ad amici potenti che lo protessero dalla condanna.

Io ora vivo a Firenze con mio marito Pierantonio Stiattesi, un modesto pittore, e sto cercando di ricominciare a vivere normalmente. Tassi non è stato punito come meritava, ma ora posso dire di aver lottato con tutte le mie forze per dimostrare la mia purezza e posso tornare a immergermi nel mio mondo fatto di sbuffi di colori e tele da riempire.


Chiara Tuberga


Una via d’uscita dalle violenze domestiche

Cari lettori, avete mai sentito parlare dei centri antiviolenza? Sapete a grandi linee come funzionano? Ecco in questo articolo cercherò di farvi conoscere molto più approfonditamente questo mondo tramite un’intervista che andrò a fare a un componente della mia famiglia. Eugenia è un'educatrice professionale che si occupa da circa trent’anni di molteplici disagi legati alla persona, quali tossicodipendenza, alcolismo, accoglienza migranti e disturbi psichiatrici; inoltre presta servizio anche in un centro antiviolenza della liguria, più

precisamente a Imperia, una cittadina situata nel ponente.

In questo articolo oltre a farvi conoscere molto di più il sistema dei centri antiviolenza, vi farò entrare anche nell’anima e nei pensieri più nascosti delle donne maltrattate e di chi si occupa di questo settore; ma senza perderci in tante parole, ora vi presento l’intervista fatta a una persona che vive tutti i giorni queste esperienze sulla sua pelle.

Io ​Buongiorno, lei è una persona che si prende cura dell’educazione delle persone e avrà ascoltato numerose esperienze, ma che cosa l’ha colpita di più in questo ambito lavorativo a differenza degli altri settori?

Eugenia ​Nei miei svariati anni di esperienza professionale, moltissime volte sono venuta a contatto con i sentimenti e il malessere delle persone; questo ambito per me è il più faticoso e doloroso da portare avanti nell’ambito del mio servizio perché, a contatto con la sofferenza della donna ho percepito in modo molto forte il coinvolgimento e l'empatia nei confronti delle vittime dei soprusi. Infatti essendo donna mi sono sentita molto più tirata in causa da questo malessere.

Io​ Solitamente cosa porta le donne a chiedere aiuto?

Eugenia ​La motivazione che spinge queste donne a chiedere aiuto è il senso di disperazione e di malessere familiare dovuto a questi prolungati maltrattamenti; di conseguenza esse cercano sostegno per poter uscire da questa situazione insostenibile, e che quindi non è più gestibile per salvaguardare la loro persona e quando ci sono anche i loro figli. Sono disperate per questi continui maltrattamenti fisici e psicologici, infatti essere solitamente non si recano allo sportello dopo i primi episodi di maltrattamento, bensì dopo svariati atti di violenza.

Io ​In che modo possono accedere le donne allo sportello?

Eugenia Esiste un numero verde attivo in tutta Italia con una segreteria sempre attiva che porta l’utente ad un primo contatto telefonico con un'operatrice del centro, che dopo la richiesta di alcuni dati ed informazioni essenziali del tuo caso, fissa un colloquio di conoscenza e di ascolto con un'operatrice del centro. Essa può essere una psicologa, un’educatrice professionale, un assistente sociale, una volontaria e un’altra operatrice molto importante che serve per approcciarsi in diversi modi alle diverse culture è la mediatrice culturale.

Io​ Dopo il primo incontro come agite e quali sono i servizi che offrite?

Eugenia Dopo i primi colloqui informativi ed analisi della situazione di violenza e del suo nucleo familiare offriamo svariati servizi a seconda del caso, come per esempio: consulenze legali, colloqui di supporto psicologico, gruppi di auto mutuo aiuto, quindi donne che hanno lo stesso problema e confrontandosi lo risolvono, inserimento in strutture protette quando necessario, affiancamento nella fruizione dei servizi pubblici e privati e quindi aiutare le donne a trovare un lavoro, e infine fornire un contatto con i servizi sociali del comune di residenza dell’utente per poter ottenere degli aiuti economici di vario tipo (bollette, affitto, spesa , buono spesa ecc...).

Inoltre il centro per sensibilizzare la popolazione e le nuove generazioni tiene degli incontri di prevenzione nelle scuole e sul territorio. Infine la particolarità essenziale di questi centri di antiviolenza è che tutte le figure professionali presenti siano donne perché questo aiuta l’utente a sentirsi più protetta e non giudicata.

Io Oltre la sua esperienza lavorativa le è mai capitato di trovarsi nella vita di tutti i giorni a contatto con una donna vittima di violenza?

Eugenia Prima di iniziare il mio servizio al centro, conobbi una giovane donna di origine magrebina, sposata con un figlio piccolo che veniva a fare le pulizie in casa mia .Quando veniva, vedevo che aveva delle percosse visibili sul corpo e sul viso e percepivo questo suo disagio e malessere; non solo dai segni evidenti sulla sua pelle, ma anche dal suo atteggiamento di depressione e di autosvalutazione. Così decisi di indagare chiedendo più informazioni sulla situazione familiare. Inizialmente lei negò l’evidenza con varie scuse, e considerò questo atteggiamento del coniuge come un avvenimento casuale o come un suo sbagliato atteggiamento. Infatti per la cultura musulmana questo modo dell’uomo di interagire con la donna, quindi facendo della violenza fisica e psicologica è una cosa più che lecita perché la donna è considerata inferiore. Io la sostenni e le dissi che se voleva uscire da questa situazione difficile io ero pronta ad aiutarla; quindi questa donna decise di lasciarsi andare e parlandomi della sua situazione, mi chiese aiuto. Conoscevo già il centro ed i suoi servizi, la accompagnai ad un appuntamento, iniziò a frequentare i gruppi di mutuo auto aiuto e così prese la forza ed il coraggio di sporgere denuncia alle forze dell’ordine. In questi frangenti scoprì inoltre che erano già attive 4 denunce partite in automatico dal pronto soccorso in alcuni accessi che lei aveva fatto per percosse. Tutto questo la stimolò a separarsi dal suo coniuge e a ricostruire la sua autostima e la sua vita.

Io​ Che esperienza...che cosa ha provato lei e la donna che ha aiutato in questa situazione?

Eugenia Questa persona era culturalmente legata al suo matrimonio indissolubile e quindi era convinta di riuscire a sopportare questa situazione per sempre.

Invece io ho provato un grande senso di impotenza perché essendo di due culture diverse, non riuscivo a spiegarle che questi maltrattamenti non erano normali in un rapporto di coppia, e allo stesso tempo percepivo e vedevo il dolore nei suoi occhi e il senso di sottomissione che viveva nella sua vita di tutti i giorni.

Io Grazie mille per aver risposto alle domande! Ci ha fatto capire molto di più i sentimenti e gli stati d’animo delle donne vittime di violenza, ma anche della figura dell’operatore che le sostiene in questo percorso.

Eugenia Grazie a te! è stato un piacere poter rispondere alle tue domande, e chiarire questo aspetto di disagio sociale.

Chiara Moscatiello

lunedì 29 marzo 2021

Audre Lorde: una donna rivoluzionaria degli anni ’70

Non so se in questo periodo facendo le vostre solite e tante volte inutili ricerche su google avete fatto caso al particolare doodle, cioè il logo situato nella home principale che solitamente google modifica per celebrare festività, anniversari e le vite di personaggi famosi; ecco Google il 18 febbraio ha deciso di commemorare nel suo logo l'87 esimo compleanno di una importante poetessa che è stata una figura chiave dei movimenti culturali femministi, per le persone di colore e per le persone appartenenti alla comunità LGBT+ nel XX secolo: Audre Lorde.

Vi voglio introdurre questo personaggio perchè informandomi e scoprendo tutte le sue idee ed ideologie, mi hanno incuriosito molto le sue riflessioni.

Ma partiamo dalle basi….chi è questa Audre Lorde?

Audre Lorde nacque appunto il 18 febbraio 1934 a New York da genitori immigrati dai Caraibi e sin da piccola era appassionata alla scrittura, in modo particolare alla poesia e si dedicava soprattutto a temi di giustizia sociale e razziale; infatti durante il liceo scrisse il poema “Spring” che però venne giudicato “non pubblicabile”, ma Audre ebbe comunque successo quando il poema venne pubblicato in una rivista per ragazzi subito dopo. In seguito la poetessa si laureò nel 1959 all’Hunter College, iniziò il master in Amministrazione Libraria alla Columbia University che le permise di trovare poi un lavoro nel sistema pubblico delle biblioteche di New York. Inoltre insegnò anche la lingua inglese negli Stati Uniti e nella Germania dell’ovest. 

Nella gioventù Audre capì di essere lesbica, ma nonostante ciò si sposò con Edwin Rollins con cui ebbe due figli, in seguito nel 1970 la coppia divorziò e la poetessa potè tornare alle sue relazioni omosessuali. La scrittrice ebbe una lunga relazione con Frances Clayton e gli ultimi anni della sua vita li trascorse in un’isola dell’arcipelago delle Isole Vergini americane con la sua compagna Gloria Joseph.

Audre Lorde si ammalò per un cancro al seno che la portò a scrivere un’opera per sostenere ed incoraggiare le donne malate di tumore, ed in seguito nonostante l’operazione al seno, prese anche il cancro al fegato che poi la portò alla morte il 17 novembre del 1992.

Tra le sue opere più importanti dove possiamo conoscere la sua lotta contro l’omofobia e il razzismo ricordiamo: “The first Cities” la sua prima raccolta di poesie, la sua autobiografia “Zami: un nuovo modo per scrivere il mio nome”  e “The Black Unicorn” dove spiega la difficoltà di essere una donna lesbica e nera negli Stati Uniti negli anni ‘70. 

Inoltre scrisse anche un’altra opera, cioè “Burst of Light” in cui sostenne che le donne dovevano imparare a rispettare se stesse e i loro bisogni e non a rispettare la paura; queste sono riflessioni con cui Audre fece per aumentare la fiducia e l’autostima che ogni donna aveva in se stessa in quegli anni. 

In seguito la scrittrice si definiva nera, lesbica, madre, guerriera e poetessa perché tramite la sua scrittura, le sue parole di speranza e i suoi buoni interventi in questi movimenti culturali, combatté duramente per i diritti delle donne, delle persone di colore e per le persone rainbow. A quell’epoca trovare una donna che aveva queste qualità e che aveva il coraggio di battersi per tutti questi diritti, a parer mio era molto difficile.

Infine nel doodle di google del 18 febbraio oltre che esserci l’immagine della poetessa, c’era anche una frase iconica di una sua opera: “non esiste una cosa come la lotta univoca, perché non viviamo vite univoche”; con questa frase Audre ci vuol far capire che ognuno di noi nella propria vita ha obiettivi diversi, ma non per questo non ci si può unire per uno scopo comune anche se si è diversi ed è giusto portare avanti battaglie diverse. A parer mio questa sua riflessione è molto importante perché anche se ci si batte per diversi diritti come quello dell’aborto, quello della legge contro l’omotransfobia, la misoginia e tanti altri, comunque si lotta per avere più libertà e più diritti; quindi perché invece di fare manifestazioni diverse per scopi diversi non si fa un unico movimento che raggruppa tutte queste richieste per i diritti? 


 

Chiara Moscatiello

Violenza domestica: come difenderci

I casi di femminicidio o di violenza domestica riempiono ormai i nostri telegiornali e l’anno appena trascorso non è stato dei migliori: nel 2020 l’incidenza della componente femminile nel totale degli omicidi è stata del 40,6%, cioè la più alta di sempre. Se i femminicidi crescono noi dobbiamo essere in grado di difenderci o di aiutare altre persone a salvaguardarsi, a riconoscere i segnali di allarme. Prima di tutto per segnalare delle violenze domestiche abbiamo il numero 1522, numero verde attivo 24 ore su 24, che è un servizio pubblico promosso dal dipartimento delle pari opportunità; insieme a questo recapito telefonico, sempre ideato da questo ministero, abbiamo un’applicazione chiamata YOU POL, con questa app possono essere inviate delle segnalazioni anonime da parte di testimoni diretti o indiretti di violenza domestica, essa è disponibile gratuitamente sia sui dispositivi Android che su quelli Ios.

Finora sono però stati elencati canali molto più conosciuti per segnalare una violenza, ma essi sono difficilmente utilizzabili per chi è costretta tutto il giorno in casa con il suo aguzzino, quindi ora parleremo di altri metodi molto poco conosciuti. 

Come in uno dei casi di cronaca avvenuto qualche mese fa in cui il compagno, tornato a casa ubriaco, iniziò a picchiare la compagna e il figlio perché la televisione non andava, dopo questo ennesimo atto di violenza la donna riuscì a trovare la scusa di voler ordinare una pizza, solo che invece del numero di una pizzeria digitò il 112. L’operatore, che si accorse che qualcosa non andava, mandò una pattuglia a casa loro dove poi il compagno fu arrestato. La donna che ormai è libera dal partner violento si chiama Margherita ed è diventata un simbolo contro la violenza sulle donne.






Un altro caso di cronaca ci riporta a un ancora diverso modo per chiedere aiuto, infatti si è molto diffuso il video (clicca qui per vederlo) di una donna che in videochiamata con la sua amica fa un simbolo con la mano strano: mostra il palmo della mano, mette il pollice al centro e infine chiude anche le ultime quattro dita; questo è una richiesta di aiuto, un segnale che l’amica riesce a riconoscere così da poter chiamare la polizia e riuscire a salvare la donna da quell’inferno. Questo è un simbolo internazionale ideato per riuscire a segnalare episodi di violenza domestica anche nel periodo di lockdown.




L’ultimo metodo di cui parlerò oggi è la mascherina 1522, basta andare in farmacia ordinare una mascherina 1522 e il farmacista fornirà delle informazioni per aiutare la donna e si attiverà per fornirle aiuto. Questa frase in codice è stata ideata da​ ​un accordo tra i centri antiviolenza e la Federazione farmacisti.






Questi modi per chiedere aiuto è importante conoscerli, oltre che come mezzo di difesa, anche come aiuto, perchè per quanto una vittima possa provare a denunciare e a farsi aiutare se le persone che le stanno intorno non capiscono questi simboli o queste frasi in codice nessuno potrà mai aiutarla.

Chiapale Elisa


martedì 9 febbraio 2021

Cholita Climbers: una vetta tira l'altra

Spesso, guardando le cime dei monti che cingono le nostre valli stagliarsi indomite nel cielo, pensiamo che quelle vette siano lì per ricordarci che ci sarà sempre qualcosa di superiore a noi, un traguardo che non riusciremo mai a superare o un’impresa impossibile da compiere. Probabilmente lo pensavano anche Lidia Huayllas Estrada e le altre donne che vivevano alle pendici del monte Huayna Potosí, una delle più belle e alte montagne della Bolivia, un monte su cui loro non erano mai salite nonostante fossero nate e cresciute ai suoi piedi.


 Lidia e le sue amiche lavoravano, come tutti gli altri nel loro villaggio, per gli alpinisti che venivano per scalare il Potosí, le donne cucinavano e facevano le facchine mentre gli uomini portavano gli scalatori sulla vetta.
Gli alpinisti venivano anche da molto lontano per poter salire in cima alla montagna, un percorso per nulla facile e molto faticoso considerati i 6.088 metri di altezza sul livello del mare del Potosí. Quando partivano, però, queste persone avevano sempre una scintilla di gioia che danzava nei loro occhi, come se non pensassero alla faticosa scalata che li aspettava, ma a qualcosa in grado di ripagarli di tutti i soldi e il sudore spesi per raggiungere la vetta ghiacciata, qualcosa di impossibile da comprendere per chi non aveva mai scalato.
Un giorno undici donne si riunirono e decisero che volevano salire in cima alla montagna che le aveva osservate dall’alto da quando erano bambine. Il 17 dicembre 2015 infilarono gli scarponi sotto le cholitas, le grandi gonne colorate tradizionali che indossavano sin dall’infanzia, allacciarono i caschi sopra le  lunghe trecce nere e si caricarono in spalla gli attrezzi necessari alla scalata in aguayos multicolori.



In media gli scalatori potevano impiegare due o tre giorni per raggiungere la cima del Potosí, le undici neo alpiniste non avevano una preparazione fisica e tecnica adeguata, ma, ripetendo i gesti che avevano visto fare ai mariti e ai turisti in tanti anni, salirono lentamente lungo i fianchi della montagna. La scalata era dura e spesso temettero di non farcela, ma alla fine, mettendo caparbiamente un piede dopo l’altro, raggiunsero la vetta.
Quell’esperienza piacque loro così tanto che decisero di chiamarsi le Cholitas Escaladores (in inglese Cholita Climbers, più comunemente usato) dal nome delle gonne tradizionali che simboleggiano le loro origini e che indosseranno ad ogni scalata e di cercare nuove vette da conquistare.
Le Cholitas Escaladores attualmente hanno raggiunto la cima dei monti Acotago, Parinacota e Pomaropi che si aggirano tutti sui 6.000 metri e sono diventate un simbolo per le donne boliviane. Spesso sono state criticate perché sono donne e hanno una bassa preparazione per scalare montagne tanto alte, ma loro hanno imparato che qualsiasi vetta può essere raggiunta se lo si vuole davvero e lo dimostrano ogni giorno.



Chiara Tuberga

 

Telegram: L'incubo che continua a crescere

         

Oramai si parla sempre più spesso dei gruppi che si sono venuti a creare su telegram e della scia di schifezze che si sono portati appresso. Ebbene, anche se penso che ormai ne avrete talmente tanto sentito parlare che ne avrete le scatole piene, secondo uno studio di Amnesty International in Italia una donna su cinque ha subito molestie e minacce online quindi penso proprio che non se parli mai abbastanza.
Non scherzo quando dico che il numero dei gruppi di telegram da maggio a novembre 2020 sia triplicato; infatti, secondo uno studio di “Permesso Negato” un’associazione che si occupa di dare sostegno alle vittime di violenza online, i gruppi telegram sono passati dall’essere 29 a maggio all’essere 89 a novembre. In questi gruppi ci si scambia foto di diverso genere: dalle foto intime delle ex fidanzate, con ovviamente il corredo di nome cognome profili social e molte altre informazioni personali, alle foto di ragazze trovate a random sui social, spesso e volentieri in costume, ma anche foto intime di bambine e bambini spesso figli di coloro che condividono questo materiale. Tutte queste foto vengono trattate come fossero una merce di scambio, cose che servono solo allo scopo di provare piacere e non come materiali che potrebbero potenzialmente rovinare la vita di qualcuno. Oltre a queste foto possiamo trovare anche frasi che fanno rabbrividire come ad esempio “Posso dire che sono pro al femminicidio?” oppure “ Questa situazione è solo colpa nostra e dei nostri nonni che ogni anno hanno dato più libertà alle donne quando invece è risaputo che sono solo delle custodie per il c...” , ma potrei farvi moltissimi esempi di frasi anche molto più forti di queste. Dietro queste frasi si celano persone come noi che magari abbiamo anche incontrato, lì dentro ci sono anche persone con dei figli o magari con delle sorelle o delle cugine. E ancora c’è chi sui social dà la colpa alle ragazze perchè “non ve la siete andata a cercare, ma se non aveste messo la vostra foto in costume non sarebbe successo” oppure altre ragazze che dicono “E’ un maschio è normale che faccia queste cose”.
Basta, basta accusare le ragazze, colpevolizzarle per azioni che non erano sotto il loro controllo e d’ora in poi invece di insegnare alle femmine a non vestirsi provocanti per non attirare l’attenzione o per non “andarsela a cercare”, insegnamo ai ragazzi che un vestito un po’ più corto o una maglia più scollata non significa che le ragazze diano il loro consenso, e non è una foto che si posta sui social a permettergli di poterla condividere su dei gruppi per farci poi chissà cosa. Dimostriamo di esserci evoluti e non di star tornando indietro, perchè questo vorrebbe dire anni di lotta per i diritti buttati all’aria.

Elisa Chiapale

lunedì 8 febbraio 2021

Incontro con Telefono donna - assemblea di Natale

Per l’assemblea scolastica prima delle vacanze di Natale, che si è svolta il 22 dicembre, i rappresentanti d’istituto hanno organizzato diversi incontri ai quali ognuno di noi poteva iscriversi in base ai propri interessi.

Entrambe abbiamo deciso di partecipare al laboratorio contro la violenza sulle donne tenuto da alcune volontarie dell’organizzazione cuneese Telefono Donna che si occupa da oltre 20 anni di accogliere, ascoltare ed aiutare le donne che subiscono violenze in particolare modo nell’ambiente domestico.

La violenza contro le donne, come tutti purtroppo sappiamo, rappresenta una violazione dei diritti umani e nonostante si siano fatti, nel nostro Paese, alcuni passi avanti per la lotta contro le discriminazioni e le violenze, questo fenomeno rimane una problematica ancora molto attuale.

L’incontro è stato a nostro parere molto interessante e ci ha offerto molti spunti di riflessione anche perché le volontarie sono partire con farci notare che le origini di questa forma di violenza si trovano in primo luogo nella nostra vita quotidiana. Siamo partiti dunque dal riconoscere i principali stereotipi di genere e le volontarie sono state molto abili nel farci comprendere che questi non possono essere e non devono diventare in alcun modo giustificazioni di violenza. Per prevenire la violenza è necessario partire riconoscendo le sue radici culturali e le sue cause: infatti, spesso i ruoli che uomini e donne occupano nella società risultano essere tradizionali e rigidi conferendo all’uomo più potere sul genere femminile. Ciò non porta soltanto all’elevato rischio per la donna di subire violenza ma anche di non riconoscerla quando ne è vittima.

Nella seconda parte dell’incontro le volontarie ci hanno illustrato come funziona a livello pratico l’organizzazione Telefono Donna.

La loro attività principale è rivolta all’ascolto, all’accoglienza, e all’accompagnamento delle donne che le contattano e il loro compito è quello di garantire la riservatezza e, se la donna lo desidera, l’anonimato senza che le donne in difficoltà si sentano in alcun modo giudicate anche sulla base di pregiudizi.

In base alle esigenze e alla situazione specifica di ogni donna si intraprende un percorso differente garantendo sempre la massima riservatezza e tutela.

Il primo contatto che ha la volontaria con la donna è solitamente un colloquio telefonico o in presenza mirato all’identificazione delle problematiche, la valutazione dei bisogni e l’inizio di un percorso di accompagnamento.

Le volontarie ci hanno spiegato che questi primi colloqui rappresentano per la donna un’occasione per uscire dall’isolamento e trovare strade concrete per proteggersi e cambiare la sua situazione.

Quello che ci ha colpito è il fatto che molte donne si presentino ai colloqui spesso con sensi di colpa rispetto alla propria condizione e a quella in cui spesso versano i figli e temono che una denuncia potrebbe allontanare questi ultimi da loro o nel peggiore dei casi diventare un pericolo in primo luogo per i bambini. È per questo che molte donne non hanno il coraggio di proseguire il loro percorso e lo abbandonano, fermandosi per esempio ad un colloquio telefonico.

Affinché la donna in difficoltà possa allontanarsi da un contesto di violenza senza pericolo Telefono Donna la sostiene aiutandola a contattare le forze dell’ordine, gli studi legali e gli psicologi.

Inoltre durante l’incontro è stata affronta la tematica del COVID 19 in relazione a questi tipi di violenza. Con l’insorgere dell’emergenza epidemiologica infatti casi di violenza tra le mura domestiche sono aumentati a causa del lockdown e alle difficoltà per le vittime di denunciare. In particolare, molte donne a causa della perdita del loro lavoro durante la quarantena sono diventate economicamente dipendenti dai loro compagni con maggiori difficoltà a sottrarsi alla violenza.

In alcuni di questi casi l’associazione Telefono Donna è stata fondamentale mettendo a disposizione le cosiddette case rifugio ossia strutture che forniscono, gratuitamente, alloggio sicuro alle donne che subiscono violenza e ai loro bambini per proteggerli e salvaguardare la loro incolumità.

Le volontarie hanno affermato e noi concordiamo che proporre incontri nelle scuole per combattere discriminazioni e stereotipi di genere conduce a educare alla parità tra uomo e donna e quindi permette di contrastare la violenza di genere.

Arianna Lovera e Anna Paruzza

venerdì 5 febbraio 2021

Parità delle menti

Cos’è il femminismo? Vi starete chiedendo perché io sia qui a parlare di un argomento sentito e risentito all’infinito. Ecco ne parlo perché tante persone nonostante le ripetute spiegazioni, sembra che ne fraintendano ancora il vero e proprio significato. Infatti molte persone pensano che le donne che lottano per i propri diritti, sono delle estremiste che aspirano ad un mondo estremamente femminista in cui viene completamente eliminata la figura maschile. Invece non è affatto così, il femminismo non è questo. Esso è un movimento che aspira a conquistare per la donna la parità dei diritti di qualsiasi tipo, dai diritti sul posto di lavoro, a quelli legati al mondo della politica. Sono d’accordo con il fatto che tante donne, come tanti componenti di molti movimenti esistenti in questa terra, tendono ad estremizzare la propria idea all’ennesima potenza, anche in campi in cui di

antifemminista non c’è proprio nulla.

Inseguito mi ferisce il fatto che le femministe vengano viste sotto questa cattiva luce. A parer mio, alcune di esse cercano di agire pacificamente, ma alla fine tendono ad estremizzare un po’ troppo perché ormai sono stufe di vivere in un mondo in cui sfortunatamente, non c'è ancora la parità dei generi; nonostante le continue battaglie che le donne hanno fatto nella storia e che continuano a fare ancora oggi.

Infatti, tra le tante battaglie femministe della storia ricordiamo: la battaglia per il diritto di voto femminile condotto dalle suffragette nell’Ottocento e le battaglie per i diritti femminili sul lavoro, per violenze, per pornografia, per i diritti riproduttivi e quant’altro.

Ma oggi esiste ancora questo divario tra i due sessi? Nonostante i grandi passi raggiunti resta ancora questo divario attraverso atti discriminatori che ledono la femminilità di molte donne.

Le differenze che vediamo frequentemente sono ad esempio quelle sul posto di lavoro, dove molte posizioni vengono ancora occupate solo da uomini, o comunque spesso pur rivestendo una stessa posizione lavorativa, c’è ancora un grosso divario per quanto riguarda la differenza di stipendio tra i due stessi.

Un’altra consuetudine errata è il fatto che molto spesso la donna debba occuparsi di tutte le faccende familiari; ma in casa ci sono anche gli uomini giusto? Perché non possono contribuire anche loro? In tanti rispondereste “questi lavori spettano solo alla donna” oppure “ormai è da millenni che si fa così”: eliminiamo questi stereotipi! Le donne non devono essere “schiave” della famiglia, anche loro hanno bisogno del tempo da poter dedicare a loro stesse e hanno bisogno di avere la propria indipendenza economica.

Le donne chiedono solo di poter essere trattate come gli uomini, non chiedono altro; esse chiedono i diritti perché non li hanno ancora al 100%, nonostante le ripetute proteste.

In quanto donna penso che se cominciamo ad allevare le future generazioni con una mentalità più aperta e paritaria sin dall’infanzia, arriveremo un giorno a non fare più differenze tra i vari sessi pur mantenendo chiara la nostra identità. Infine sprono le generazioni future a lottare per i propri diritti in modo pacifico senza sovrastare le idee altrui e spero che esse possano vivere in un mondo nettamente migliore di quello di oggi.

Chiara Moscatiello

mercoledì 16 dicembre 2020

Grandi donne

 Mary Edwards Walker

“Che le generazioni future sappiano che anche le donne in uniforme garantirono loro la libertà”  M.E.W.

Nel XIX secolo una donna era considerata poco più di un soprammobile e come tale doveva comportarsi impegnandosi ad essere piacevole alla vista e a tenere la bocca chiusa. La bellezza era, in effetti, l’unica cosa degna di nota in una donna e perciò la moda femminile consisteva in abiti lunghi fino a terra resi voluminosi da numerose sottogonne che potevano anche arrivare al numero di otto e da corsetti dalla circonferenza di circa quaranta centimetri. Oggi non è difficile capire come un simile abbigliamento fosse un vero incubo se non addirittura un pericolo per la salute delle donne, basta prendere un metro da sarta e provare ad avvolgersi il busto con soli quaranta centimetri a disposizione, o provare a pensare a quanti microbi e polvere raccogliessero le gonne delle nobildonne in una sola serata di danze.

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Mary Edwards Walker nacque nel 1832 in una famiglia Americana di campagna e per tutta la vita si rifiutò di indossare gli abiti previsti per le donne preferendo invece pantaloni e camicie e lottò a lungo per i propri diritti e quelli di tutte le donne.

I genitori di Mary erano di mentalità aperta e si batterono perché la bambina e le cinque sorelle maggiori potessero studiare al pari del fratello invitandole a vestirsi come preferivano e a sentirsi libere.

Durante la sua infanzia Mary rimase molto impressionata dai libri di medicina del padre, un medico autodidatta, e quando crebbe lavorò come insegnate per pagarsi gli studi al Syracuse Medical College dove, unica donna del suo corso, si laureò con lode e divenne chirurgo.

All’università Mary conobbe Albert Miller con il quale si sposò nel 1855 indossando un elegante paio di pantaloni e rifiutando di rinunciare al suo cognome e di dichiarare obbedienza al marito recitando i voti.

Quando scoppiò la guerra civile americana questa donna rivoluzionaria si offrì volontaria come chirurgo, ma, vedendosi offerto al massimo il lavoro di infermiera, rifiutò l’incarico e prese a fare pressioni sul Dipartimento della Guerra. Grazie alla sua caparbietà Mary divenne la prima donna chirurgo nell’esercito statunitense e contribuì a salvare molte vite senza però riuscire mai a convincere i propri colleghi a trattarla con il dovuto rispetto. 

Una volta finita la guerra Mary ottenne una Medaglia d’Onore del Congresso che portò per tutta la vita appuntata sulla camicia e continuò ad impegnarsi perché i diritti delle donne fossero rispettati. Nel 1871 cercò di registrarsi per poter votare, ma fu respinta e più volte venne arrestata, insultata e a volte persino aggredita a causa dei vestiti che indossava, ma non cedette mai di un passo. Nel 1870 fu arrestata a New Orleans per il suo abbigliamento e accusata di omosessualità, ma a tutte le accuse Mary rispose: “non indosso abiti da uomo, indosso i miei abiti”.

Mary Edwards Walker morì a ottantasei anni dopo una vita di libertà e di battaglie e un anno dopo le donne ottennero il diritto di voto, un dono prezioso di Mary e di altre grandi sognatrici in tutto il mondo.

Chiara Tuberga


Kamala Harris: l’inizio di una nuova rivoluzione

Nel corso degli anni ci sono state molte donne che hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia, come Emmeline Pankhurst, una delle più importanti suffragette, o come Rosa Parks, Jacqueline Kennedy e tante altre; invece quest’anno, la donna che ha fatto e che farà la storia, è la nuova vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris. 

Ella è una politica statunitense di origini giamaicane e indonesiane, nata ad Oakland negli anni ‘60,  che è stata scelta dal candidato democratico Joe Biden come candidata vicepresidente degli USA. 

Kamala studiò alla Howard University e all'Hastings College of the law di San Francisco, per poi lavorare come vice procuratrice e poi come procuratrice distrettuale nella Contea di Alameda e a San Francisco, dove sconfiggerà il procuratore Terence Hallinan. Inseguito nel 2014, viene eletta come procuratrice generale della California e a partire dal 2017 diventa senatrice del medesimo stato. La donna asioamericana conserva la carica da senatrice fino all’agosto del 2020, in cui viene confermata la collaborazione tra Kamala e Joe Biden nella corsa per le presidenziali. 

È ormai da qualche settimana che il mondo ha saputo l’esito di queste elezioni presidenziali, e il mondo intero è ancora meravigliato dal primo a grande passo che ha fatto l’America eleggendo una donna per una carica così importante come la vicepresidenza.

Anche se Kamala è stata eletta da solo qualche settimana, ha già rincuorato le generazioni future e in generale il popolo americano, con l'espressione che ha pronunciato durante il discorso che ha fatto nelle prime settimane di novembre: sono la prima donna vicepresidente, ma non sarò l'ultima! Infatti, con questa espressione, si rivolge ai giovani incitandoli a combattere con determinazione per i propri diritti, proprio come fecero le donne del passato per ottenere numerosi diritti come quello di voto.

Inoltre durante il discorso, ha ricordato sua madre Shymala Gopalan Harris, un’oncologa specializzata nello studio del cancro al seno che nel 1960, emigrò dalla città indiana di Chennai per ottenere un dottorato in endocrinologia all’Università di Berkeley in America; la ricorda dicendo che sua madre credeva nell’America, un paese che rende possibili momenti come questo.

Inseguito, la vice presidente fa riferimento a intere generazioni di donne di colore, asiatiche, bianche, latine e native americane che prima di lei, hanno combattuto per ottenere l'uguaglianza, la libertà e la giustizia. 

Per di più in questi ultimi giorni, Kamala, nomina una donna nera e lesbica a capo del suo staff e da questo atto, capiamo che grazie a lei, in America sta iniziando un’era di vera e propria rivoluzione.

Da questo avvenimento di cronaca mondiale, possiamo capire l’impegno che impiegano le donne per ottenere i propri diritti, per spianare la strada alle generazioni future e quindi per rendere il mondo un posto migliore senza disuguaglianze di ogni genere.


Chiara Moscatiello

ZIA CATERINA: UN’EROINA NASCOSTA NEL BUIO

Penso che tra le donne meno conosciute troviamo Caterina Bellandi, meglio conosciuta con il nome di zia Caterina, una donna italiana che lavorando come tassista gratuitamente per bambini affetti da tumore, è riuscita a donare molti sorrisi a questi ragazzini; infatti lei insieme al suo taxi super colorato e pieno di tesori per i fanciulli, come ad esempio giocattoli, pupazzi, fumetti, offre un servizio taxi gratuito fino all'ospedale per i bambini affetti da cancro.

Un gesto senz’altro dovuto alla grande forza interiore datale da un grande dolore, chiamato Stefano, colui che lei definisce il suo grande amore. Stefano infatti è morto in giovane età a causa di un tumore ai polmoni, ma come regalo per il suo immenso amore zia Caterina riceverà in eredità il taxi dell’amato.

Tu sarai Milano 25, me e il mio lavoro” ecco le ultime parole uscite dalla bocca di Stefano dedicate alla donna, quindi lei, ancora non sapendo in cosa si sarebbe trasformato quel taxi, prese la palla al balzo e ha iniziato a lavorare come tassista. Ma il salto da un normale taxi ad una macchina coloratissima piena di disegni è avvenuto grazie a una famiglia a cui stava offrendo il suo normale servizio. Durante il viaggio la figlia minore le ha raccontato di come suo fratello fosse morto a causa di un tumore al cervello mentre la mamma le ha detto che aveva formato una fondazione per i bambini affetti da queste gravi malattie e che porta avanti anche delle ricerche contro il cancro.

In poco tempo la donna trasforma un normale taxi nel suo Milano 25 colorandolo e riempiendolo di disegni dei suoi eroi, in più cambia anche il suo modo di vestirsi diventando la zia Caterina che tutti conosciamo e amiamo dopodiché inizia a offrire questo servizio gratuito a coloro che lei stessa definisce i suoi eroi perché per vincere una battaglia bisogna fare cose straordinarie; negli anni Caterina Bellandi viene nominata ambasciatrice di solidarietà e diviene cittadina onoraria di Monte San Giusto.

 Zia Caterina è solo una dei tanti esempi di persone che ogni giorno riescono a regalare sorrisi, gioia, spensieratezza a chi sta vivendo uno dei momenti più bui della propria vita. Questo per farvi capire che per trovare persone straordinarie o che svolgono compiti difficili non serve andare a vedere tra i grandi numeri, tra i più famosi scienziati, ma tante volte chi compie gesti che richiedono una grande forza interiore si possono trovare nel piccolo, certo magari saranno più difficili da trovare, ma sono sicura che tra quelle storie troverete cose interessanti, persone che dovrebbero essere conosciute per gli sforzi che ogni giorno compiono e che invece vengono celate nel buio.

Però a loro va bene così, il loro obiettivo non è la gloria o la fama, ma vedere su quelle giovani faccine un sorriso, che è il tesoro più grande di tutti.


Elisa Chiapale

Disagi per l'organizzazione nella scuola

Ormai siamo vicini alla fine di questo anno scolastico, molti studenti e professori come me hanno notato svariate problematiche all’interno ...